Cartoline persiane/4 – Esfahan

Cartoline persiane/4 – Esfahan

Scesi dal bus e caricate le bici, la attraversiamo da parte a parte per arrivare a casa di S. ed Esfahan ci appare lunga e trafficata, con la sorpresa di un’area pedonale al centro, giusto prima di affacciarsi su un fiume che è secco la maggior parte dell’anno. Ci vediamo ragazzini giocare a calcetto, un paio di giorni dopo.

La città ha la seconda piazza più grande del mondo, Naqsh-e jahān, e persone che hanno voglia di chiacchierare: un ragazzo si siede con noi mentre mangiamo, sull’erba, sotto uno sfuggente sole che ancora non sa di primavera, qualche domanda e curiosità e si rialza, saluta e cammina via (sia detto per inciso: gustavamo beryani, specialità locale a base di carne e frattaglie di agnello, frittissima e buonissima); un altro inizia a camminare con noi mentre ci avviciniamo all’ingresso della moschea che si affaccia sulla piazza, ridiamo e scherzamo, dice che è un calciatore e ci chiede di trovargli una ragazza in Italia.

Esfahan ci abbassa le difese e fa bene: spesso le cattive intenzioni sono nella nostra testa, che le proietta sulle persone che abbiamo davanti. Lezione imparata, cuore allargato.

Camminiamo tanto, stanca ma il corpo reagisce bene.

Se a ospitarci è una famiglia di fede Baha’i, Esfahan è storicamente la città iraniana con la più grande comunità cristiana: la cattedrale armena di Vank ci disegna un altro mondo, con la sua architettura sincretica e l’eccesso di ricchezza dei suoi dipinti, tra cui un affascinante e grottescamente macabro giorno del giudizio. Il museo contiene oggetti e tracce di storia e mantiene viva la memoria del genocidio armeno, che rimane ancora troppo poco conosciuto.

Ottenere un’estensione del visto turistico a Esfahan è facile, forse anche perché qualche poliziotto fa ridere e vuol ridere, nei suoi tratti e nell’attitudine riconosciamo qualcosa di Massimo Troisi. Tornate tra cinque giorni, ci dice, diciamo che non possiamo, allora tornate al piano di sopra. Il visto arriva in mezz’ora e ci mostra l’attitudine iraniana a trovare soluzioni, scappatoie, vie di fuga. Non si può ma in qualche modo si può.

Gli italiani e gli iraniani sono uguali, qualcuno ci dice, qui a Esfahan forse cominciamo a crederci.

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