WhatsApp sì, WhatsApp no: privacy, applicazioni e l’elefante nella stanza

WhatsApp sì, WhatsApp no: privacy, applicazioni e l’elefante nella stanza

La comunicazione di WhatsApp agli utenti sull’aggiornamento dei termini di servizio sembra aver generato (finalmente!) un dibattito allargato sulle condizioni della nostra vita digitale, sulle politiche dei Gafam (acronimo che sta per Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft) e sulla loro capacità predatoria, elemento portante del capitalismo della sorveglianza.

Temi che, fino a poco fa, sembravano essere discussi solo da una ristretta cerchia di nerd, addetti ai lavori o attivisti per i diritti digitali, stanno diventando di pubblico dominio. C’è di che gioirne: stiamo forse iniziando a uscire dal torpore che ha caratterizzato i primi dieci, quindici anni della diffusione di massa di social network e smartphone. Un torpore simile a una sbornia, fatta di pigrizia e accettazione acritica di ogni novità tecnologica che diventava così, in fretta, abitudine e necessità. Un meccanismo perverso, prodotto intenzionalmente dal design stesso di queste tecnologie.

Una premessa fondamentale, prima di continuare: la tecnologia non è mai neutrale. Teniamolo bene a mente, andando avanti.

WhatsApp, GDPR e “tanto per noi non cambia niente”

Noi utenti europei abbiamo il vantaggio di essere protetti dal GDPR, regolamento sulla privacy entrato in vigore nel 2018. Di conseguenza, la nuova clausola sulla condivisione delle informazioni tra WhatsApp e Facebook (che, giusto per ricordarlo al volo, è proprietaria di WhatsApp) non è presente nell’aggiornamento dei termini di servizio per i cittadini dell’Unione Europea. L’aggiornamento quindi contiene una riscrittura delle informazioni relative al trattamento dei dati e un aggiornamento rivolto alle aziende che usano Facebook e WhatsApp per “archiviare e gestire al meglio le comunicazioni fra aziende e utenti su WhatsApp.”

“Allora non c’è nessun problema per me”, è la prima osservazione che a questo punto fanno in molti, spesso unita a frasi come “per come lo usiamo noi non cambia niente, non ci sono rischi” oppure “l’ho usato fino a oggi, continuerò a usarlo, perché tutti i miei contatti sono lì”.

Se ci limitiamo al singolo dettaglio, queste frasi potrebbero (sottolineo: potrebbero) essere anche vere. Ma se approfondiamo il discorso e diamo uno sguardo al contesto, questo si rivela essere molto problematico e le frasi qui sopra sono, purtroppo, parte del problema (oltre a denotare, sia detto en passant, un certa forma di eurocentrismo).

Facebook: brutti precedenti e inquietanti progetti

Facebook non è “solo” un social network, ma anche l’esempio più evidente di un design dei servizi tecnologici ideato per sfruttare le debolezze umane e dare dipendenza (al pari del gioco d’azzardo); lo scopo del sistema è tenerci “agganciati” e connessi più tempo possibile, indipendentemente da quello che facciamo, perché così la nostra vita sociale viene quantificata e trasformata in dati che vengono poi messi a mercato per estrarne il massimo profitto (con la forzatura dei mercati finanziari per cui gli investitori devono ricevere tanti guadagni e subito).

Una piattaforma di questo tipo si presta, costitutivamente, alle peggiori manipolazioni (tanto più pericolose quanti più sono gli utenti): alle aziende non interessa tanto cosa si fa sulle loro piattaforme, ma che si faccia il più possibile per il maggior tempo possibile.

Qualche esempio di manipolazione? Nel 2014 Facebook ha condotto un esperimento su quasi 700mila utenti, a loro insaputa, per studiare la possibilità di condizionare le emozioni. Lo scandalo Cambridge Analytica ha svelato, nel 2018, la violazione della privacy di milioni di utenti e l’uso (manipolatorio) di questi dati in processi elettorali (tra cui le elezioni americane del 2016 e il referendum sulla Brexit).

L’azienda guidata da Mark Zuckerberg ha inoltre una prassi consolidata di gestione della concorrenza: quando un’altra azienda inizia a prendere spazio e visibilità sul mercato, Facebook la compra, lasciando all’inizio una certa indipendenza di azione per poi imporre una strategia unica e centralizzata.

Ed è proprio il percorso di integrazione tra i suoi servizi che preoccupa per il futuro. Le modifiche ai termini di servizio di WhatsApp, infatti, vanno verso un’integrazione sempre più forte di Facebook, Instagram, Messenger e proprio WhatsApp, con quest’ultima che dovrebbe includere in futuro anche la possibilità di fare acquisti al suo interno. Non dobbiamo dimenticare che Facebook sta lavorando anche alla creazione di una propria criptovaluta.

Inizia a essere più chiaro il quadro?

Aggiungiamo qualche numero: Facebook ha 2,7 miliardi di utenti attivi ogni mese, WhatsApp 2 miliardi, Messenger 1,3 miliardi, Instagram 1 miliardo. (Fonte: Wikipedia)

Con questi elementi possiamo iniziare a farci un’idea del potere che è in mano a una singola azienda. E chiederci se stare su WhatsApp (come sulle altre piattaforme) non ponesse problemi già prima (ovvio che sì).

Tout se tient: tecnologia, diritti e cambiamento climatico (l’elefante nella stanza)

È vero, questi servizi ci connettono ad amici e famiglia in ogni parte del mondo, ma a che prezzo? E con che conseguenze per noi, per la nostra vita privata (ma anche per l’ambiente e per il nostro sistema economico)? E perché, visto che esistono alternative semplici, sicure e facili da usare, ci si concentra su pochissimi servizi?

E ancora: un monopolio così grande non pone problemi altrettanto grandi sia da un punto di vista economico che da un punto di vista sociale, a partire dalle disuguaglianze che si fanno abissali e dalla difficoltà di entrare nel mercato per i piccoli attori?

Se non vogliamo spingerci fino a chiedere di mettere sotto controllo pubblico e democratico queste aziende (e comunque sì: dovremmo), possiamo almeno sottolineare, come fanno anche analisti di orientamento liberale, la necessità di spezzettare l’azienda in diverse realtà economiche scollegate.

Non c’è una bacchetta magica: serve una costante azione politica basata sulla condivisione delle conoscenze e sull’allargamento delle rivendicazioni. Perché nelle nostre società iper-complesse, niente è scollegato: non si può pensare di trovare soluzioni al cambiamento climatico senza ripensare radicalmente il modello economico di cui aziende come Facebook e Google sono rappresentanti di punta. Considerando che parti sempre più grandi delle nostre vite passano dalla rete (e la pandemia di Covid-19 ha accelerato questa tendenza), non ci può essere partecipazione reale senza una democratizzazione delle strutture e dell’accesso.

Perché passare a Signal (e a tutte le altre app libere)

Intanto, possiamo passare ad applicazioni e software alternativi: liberi e open source, sì, ma soprattutto non basati sull’estrazione di profitto dalle nostre vite.

Signal, per esempio, è un ottimo sostituto di WhatsApp, rispetta di più la nostra privacy e non guadagna sui dati ricavati dalle nostre interazioni sociali digitali. In molti la usiamo già da tempo e in questi giorni stiamo notando, con gioia, che sempre più persone tra i nostri contatti la stanno installando. Usciamo dalla pigrizia e dalla comodità dell’abitudine indotta (da aziende che hanno tutto l’interesse a mantenerci in questo stato).

Ecco perché pensare che sia solo questione di una modifica ai termini di servizio di WhatsApp è un atteggiamento miope: allarghiamo lo sguardo, informiamoci e trasformiamo questa occasione in un primo passo di consapevolezza nell’uso delle tecnologie. Certo, è solo una briciola rispetto alla necessità di un’alfabetizzazione tecnologica di massa e dal basso di cui abbiamo disperatamente bisogno, ma da qualche parte bisogna pur cominciare.

One thought on “WhatsApp sì, WhatsApp no: privacy, applicazioni e l’elefante nella stanza

  1. La notifica del cambiamento dei termini di servizio di WA è una buona occasione per avvisare i nostri contatti che non li accetteremo.
    Avvisando che non lo useremo più da [ad esempio] fine Gennaio, si può informare che abbiamo installato SIGNAL.
    Si dovrebbe poi cogliere l’occasione di “motivare” questa scelta, tra le possibili alternative, perché “potenzialmente” adeguata a permettere di condividere un obiettivo di “autonomia digitale”.
    Tra la motivazione e il potenziale adeguamento, però, ci sarà di mezzo il mare.
    Come tra il dire e il fare.

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