Nulla è inevitabile: su capitalismo della sorveglianza e riappropriazione degli strumenti digitali (e delle nostre vite)

Nulla è inevitabile: su capitalismo della sorveglianza e riappropriazione degli strumenti digitali (e delle nostre vite)

Cedere occhi, orecchie e nervi a interessi commerciali è come consegnare il linguaggio comune a un’azienda privata o dare in monopolio a una società l’atmosfera terrestre.

Antonio Caronia, Virtuale

Forget the cliché that if it’s free, “You are the product.” You are not the product; you are the abandoned carcass. The “product” derives from the surplus that is ripped from your life.

Shoshana Zuboff, The age of surveillance capitalism

Here, a not-insignificant percentage of the population has so decisively internalized the values of the market for their labor that the act of resculpting themselves to better meet its needs feels like authentic self-expression.

Adam Greenfield, Radical technologies: the design of everyday life

È difficile capire da dove cominciare: tutto è collegato e ci sono così tanti aspetti da prendere in considerazione che ho la sensazione di essere appena entrato in un labirinto. Eppure, forse, una direzione c’è. E la cosa bella è che sembra proprio essere una direzione collettiva.

Alcune idee erano in testa da tempo ma, per pigrizia e facilità, non si trasformavano in azioni. Poi, da più parti, altre idee molto simili si sono fatte concrete: penso alla riflessione dei Wu Ming sullo stare in rete (e soprattutto alla discussione che è nata da quell’intervento), penso alle cose scritte da Sweepsy a proposito del libro di Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, e dell’uscire da Facebook e Google, oppure ancora a Yamunin, quando scrive di social, lavoro e sfruttamento del tempo.

Da qualche anno, stiamo vivendo una situazione inedita che non sappiamo bene come fronteggiare: stiamo consegnando parti sempre più rilevanti delle nostre vite ad aziende gigantesche che le mettono sul mercato, espropriandocene. Tutto è cominciato con la ricerca online e la pretesa di Google di fornire risultati sempre più precisi e personalizzati, poi sono arrivati i social network, seguiti a stretto giro dagli smartphone (a loro volta seguiti da altri dispositivi portatili) per arrivare ai servizi e agli elettrodomestici (internet of things) e alle città (ogni volta che si parla di smart city c’è da inquietarsi). E continua a un ritmo incessante.

Tutto ciò che facciamo nel mondo digitale lascia tracce: tutto ciò che è misurabile è messo a mercato. È per questo che chi trae profitti da questa economia cerca di spingere la frontiera sempre più lontano: l’assalto alle città è già partito e la lettura delle emozioni è il nuovo territorio di sperimentazione.

Come è successo? E, soprattutto, com’è possibile che queste aziende l’abbiano fatta franca, cioé che nessuno gli abbia davvero chiesto il conto di quello che stavano (stanno) facendo? Come tutti i capitalisti, anche i vertici della aziende della Silicon Valley hanno un paio di obiettivi: massimizzare i profitti e ridurre al minimo i costi e gli ostacoli legislativi sul loro percorso. Nei confronti di noi “utenti” (taglio con l’accetta, eh): hanno fatto leva sulle nostre necessità di connessioni sociali, di riconoscimento, di accesso semplice al marasma di informazioni e contenuti disponibili online. Certo: di vantaggi ce ne sono stati anche per noi che, per pigrizia e facilità, non abbiamo (quasi) mai pensato di dare un’occhiata a cosa c’era dietro interfacce disegnate per renderci tristi e dinamiche sviluppate per renderci dipendenti come giocatori d’azzardo.

Il testo di Shoshana Zuboff, per molti versi, fa davvero disperare ma c’è un elemento sui cui l’autrice continua a portare l’attenzione: quello che sta accadendo non è inevitabile. Anzi. Proprio la retorica dell’inevitabilismo è uno dei cavalli di battaglia delle grandi aziende del capitalismo della sorveglianza: ma la tecnologia non è neutra e ogni decisione sulla tecnologia è una decisione politica. Lasciare campo aperto a Google e Facebook per privatizzare e mettere a profitto ciò che è sempre stato considerato pubblico dominio (vedi il caso di Street View) o sfera privata (le nostre interazioni, le nostre conversazioni, i nostri desideri) è stata una scelta politica: laissez faire.

Perché questo modello si propaga come un virus, a contagiare ogni aspetto del reale (e non a caso Zuboff parla di un rischio di settima estinzione, quella della natura umana per come è intesa oggi): pensiamo alla gig economy, raccontata molto bene nei quattro documentari della serie Invisibles di France Tv, o al concetto di capitalismo linguistico (“As the value of words shifts from conveyor of meaning to conveyor of capital, has Google become an all powerful usurer of language and, if so, how long before the linguistic bubble bursts?”).

Il capitalismo della sorveglianza è un libro da leggere, fondamentale: quello che dice dovrebbe essere la base per una alfabetizzazione digitale di massa, dal basso. Se non l’avete ancora letto, prima di procurarvelo, potete iniziare dal post di Sweepsy, ricchissimo di citazioni dirette dal testo.

Alfabetizzazione digitale di massa che non dovrebbe essere solo teorica, ma molto pratica: capire come limitare la sorveglianza a cui siamo quotidianamente sottoposti (dai siti web fino alle telecamere piazzate ovunque), come installare e gestire software di difesa della privacy, conoscere e saper usare programmi, sistemi operativi e reti alternative che non fondino la loro esistenza sull’estrazione di dati dalle nostre vite. I software liberi e i server indipendenti di cui si parla qui sono un ottimo punto di partenza. Anche il Panopticlick creato dalla Electronic Frontier Foundation può essere utile: ti dice se il browser che usi è sicuro contro il tracciamento dei tuoi dati.

Qualcosa si sta muovendo, qualche crepa ha iniziato a rompere il silenzio dietro cui i giganti della rete nascondono le loro pratiche: disvelare i meccanismi di sfruttamento ed espropriazione costitutivi di questo capitalismo della sorveglianza ed educarsi a riconoscerli (e a difendersene) deve essere una azione collettiva, così come la richiesta di finirla con questa attività di estrazione dell’umano a profitto di pochi. È un percorso lungo, non facile e a volte contraddittorio (mi ci vorrà un po’ prima di de-googlizzarmi, per esempio) ma è l’unico che abbiamo per rispondere a questo “market-driven coup from above”, per usare ancora le parole di Zuboff.

L’immagine in apertura dell’articolo è un’opera di Adam Harvey, che si trova (in vendita) al New Museum for Contemporary Arts di Manhattan.

2 thoughts on “Nulla è inevitabile: su capitalismo della sorveglianza e riappropriazione degli strumenti digitali (e delle nostre vite)

  1. Aggiungo uno spunto molto interessante di Aral Balkan, tradotto su Rizomatica, che consiglio di leggere con attenzione (sotto il link, prima una breve ma efficace citazione):

    “Abbiamo già posto le infrastrutture del tecno-fascismo. Abbiamo già creato (e stiamo creando) i panopticon. Tutto quello che i fascisti devono fare è entrare e prendere i controlli. E lo faranno democraticamente, prima di distruggere la democrazia, proprio come ha fatto Hitler.”

    https://rizomatica.noblogs.org/2020/02/nel-2020-e-oltre-la-battaglia-per-salvare-la-persona-e-la-democrazia/

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